giovedì 5 agosto 2010

Oggi piove dalle otto del mattino, e la Mamma mi ha lasciato stare a casa da scuola. Lei non aveva il modo d’accompagnarmi fin giú in città, dovendo andare al lavoro. Cosí me ne sono rimasto a casa, con le tapparelle tirate per di giú e Asciodia soltanto a farmi compagnia, a pensare alla faccenda del numero trentaquattro.

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Neno non s’è visto in questi giorni. Solo lunedí, giú alla scuola estiva. Ma si teneva in disparte da tutti, con un suo quaderno pieno di scarabocchi, anche durante la lezione. All’ora di andare a casa poi mi ha detto:

C’è da parlare, noi due, Rodè. In questi giorni.

E poi se n’è andato da solo per la via di casa. Da lunedí non s’è piú visto. A scuola dicon che s’è preso qualche cosa, come una febbre o un raffreddore. Ma io ho detto agli altri:

Sí, d’agosto se l’è pigliata.

Sicuro cova qualcosa. Qualcosa che ha che fare col trentaquattro, con Pomante e con la fattucchiera.

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Qualche mese fa, quando al trentaquattro tutto era in fermento per l’arrivo della nuova inquilina, io e Neno stavamo a contarci le pulci in testa per la strada lí di fronte, quasi per caso. Quando arriva il furgoncino dei traslochi, Neno tira le labbra con una smorfia.

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Veniva, dirigendo i facchini su e giú dal furgone, una vecchia asciutta e segaligna, con le lunghe dita ritirate a uncino contro il palmo della mano e la pupilla intermittente. Neno ci giura le paghette di due mesi. Dice:

Quella, lo so io, cià scritto dappertutto fattucchiera.

Io lo prendo in giro, ma quando la vecchia ci sente ridere, ci lancia uno sguardo in tralice, di dietro la spalla, che mi fa rabbrividire.

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Ce ne stiamo lí finché non hanno scaricato tutta la mobilia. Tipico armamentario da signora: scansie, credenze, panchetti e comodini almeno del secolo scorso, che lasciavano scappare di tanto in tanto un paio di cimici del legno e che puzzavano di naftalina. Ma anche quando l’ultimo degli insetti se n’è svolazzato fuori da un armadio di sopra la schiena di un facchino, e le portelle del furgone sono state serrate, pure non se ne vanno. Stanno lí abbastanza a lungo da far raddoppiare a Neno la posta del suo giuramento.

Senti qua, Rodè, mi dice a un tratto, questi sicuro ciàn qualcosa nel cappello. E come noi ci leviamo di torno, qui non aspettano altro e fanno quello che han da fare, a nostra insaputa.

E come si fa?

Si fa che li si prende noi per il naso, e quando ti faccio il segno, tu per di là, io per di qua, ce ne andiamo tutti e due. Via che girato l’angolo ci infiliamo nelle siepi del trentatré, e di lí stiamo a guardare. Hai capito bene?

Io avevo capito. Al segno stabilito mi fa un saluto convenzionale e ci lasciamo. Io svicolo per la via di lato, inforco la ringhiera del trentatré e scendo lungo le siepi del recinto, curvo sulle ginocchia per non far sbucare la testa di fuori. Dalla parte opposta viene Neno, con l’indice sfregato sotto il naso. Cucciamo contro la siepe, uno di lato all’altro, e mettiamo le mani a solecchio per cercare uno spiraglio tra i rovi.

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I facchini stanno un po’ a cincischiarsi i colletti, come niente fosse. Qualcuno tira uno sbadiglio. La signora dà in un forte starnuto, e uno dei facchini le offre un fazzoletto di carta imbottita. Poi piú niente per un pezzo.

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Quando io già mi son messo a seguire il gironzare di una truppa di formiche, su e giú, su e giú per la siepe, Neno mi dà un colpo di gomito. Io mi son scordato che cosa stiamo a fare lí, e per poco non protesto. Lui mi dice:

Guarda!

La signora ha starnutito di nuovo, e lo stesso facchino le offre un nuovo fazzoletto di carta.

Allora? faccio io.

Ma Neno non stacca lo sguardo dalla siepe. Quindi i facchini riprendono a sistemarsi i colletti. Qualcuno sbadiglia. Alla fine la signora di nuovo starnuta. Io faccio per ridere, ma Neno mi fa segno di guardare. Lo stesso facchino che le ha offerto il fazzoletto le due volte, glielo offre anche la terza. Poi riprendono tutti a sistemarsi i colletti. Uno di loro, lo stesso, ma solo allora l’ho notato, che aveva sbadigliato sino a quel momento, sbadiglia una volta ancora. E solo quando la signora starnutisce, e il facchino le offre l’ennesimo fazzoletto, noto che lo sbadiglio che segue ha lo stesso tono dei precedenti:

a… a… aaaaum!

E cosí è lo starnuto della signora, e il modo in cui l’altro facchino le porge il fazzoletto, e la maniera che tutti hanno di prendersi a due dita il colletto prima di ripartire: tutto precisamente come le volte precedenti.

Perbacco! soffio io.

Ma c’è dell’altro. Quando i fazzoletti del facchino sono terminati, e la signora di nuovo starnuta, questi si infila la mano in tasca e, senza che ne prenda nulla, porge alla signora le dita vuote, come a comporre una di quelle ombre cinesi. Lei gli prende dalle mani il fazzoletto che non c’era e se lo porta alle narici, svuotandovi il resto della colata nasale. Che, naturalmente, le finisce interamente sulle mani. Poi tutti ripresero a sistemarsi il colletto.

Diamine!

Vanno avanti a quel modo per qualche minuto ancora, mentre io di dietro la siepe cambio di posizione o mi stropiccio gli occhi per vedere se la smettono, o recito le tabelline del sette e dell’otto per misurarmi le traveggole. Neno, invece, ha lo sguardo inchiodato di là dalla siepe.

Infine, tutto d’improvviso, come niente fosse, a metà dell’

a… a…

li vediamo come ridestarsi da svegli. La vecchia signora, che a quel momento avrebbe dovuto dare nel suo solito starnuto, prende invece a ridare ordini ai facchini. Questi non si accomodano i colletti, invece, raccolte le ultime cianfrusaglie, caricarono tutto sul furgoncino e se ne vanno. La signora, per parte sua, si pulisce le palme delle mani senza la minima fretta e prende per il portoncino condominiale.

Hai visto? dico io.

Eh, non l’ho visto? risponde Neno.

sabato 31 luglio 2010

Io e Neno si pensava che oggi fosse un giorno come un altro, da passar di fuori, forse al lungofiume a giocare ai pirati. Io ciavevo qualche euro da spendere in gelateria, Neno invece sta sempre al verde, ma avrei diviso con lui. Limone, mi dicevo, forse pistacchio. Cosí si pensava io e Neno, tali e quali a ieri, all’altroieri, al mese trascorso. Allora l’abbiamo visto, come per caso: il signor Pomante, del numero trentaquattro, uscire dal portoncino di casa con ai polsi due mani sinistre.
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Stavamo a menarci le cartelle dopo scuola estiva, con le maniche tirate fino ai gomiti e l’estate in testa. Si era trovata una scusa per restare fuori a spasso e si arrivava tardi a casa per il pranzo. Facevamo a chi stava sul ciglio del marciapiede senza toccare la strada, con la cartella appesa ad un braccio e il ginocchio diverso per aria. Allora lo vediamo. E ci sembra una gran trovata.
– Perbacco, fa Neno, due mani sinistre.
– Hai visto?
– Eh, non l’ho visto?
Io e Neno, da quando stiamo qui, il numero trantaquattro c’è sempre stato. È un palazzo fatto con coscienza, senza tante fantasie, con venti poggioli e quaranta finestra, e una terrazza per quando c’è il sole. Dire si dice tanto, ma nessuno bada davvero alle voci che ci sono in giro sul conto degli inquilini del trentaquattro. Quando le signore del diciassette o del diciotto vengono al poggioli col grembiale e l’innaffiatoio, fanno:
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ph ph ph
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e qualcuno s’è trovato il modo di non farle annoiare piú, con quelle storie. Almeno cosí credevamo.
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Io dico a Neno:
– Fagli ciao con la mano, vedi che fa lui.
– Faglielo te, faglielo.
– L’idea, l’ho avuta io, mica tu.
Allora Neno si tira la cartella sulla schiena e leva la mano in aria.
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Il signor Pomante camminava ciondoloni un po’ distratto, col suo baffetto corto e la tenuta da ufficio. Al nostro saluto si fa impacciato, guardando di qua e di là che non ci fosse nessun altro. Poi, come di fretta, alzò la mano destra per risposta. Neno ripete:

– Perbacco!
Era vero: la destra era proprio una sinistra. Non c’era da sbagliarsi.
– Hai visto? dico io.
– Eh, non l’ho visto? risponde Neno.
Quando il signor Pomante svolta dietro il numero trentotto, senza volgersi mai a me e a Neno, io, per non saper che dire, dico:
– Due mani sinistre, eh?
– Due due, proprio.
Dopo qualche minuto il signor Pomante spunta fuori dalla via col muso della sua Volvo nera. L’auto bofonchia qualche secondo e poi parte, uscendo da via Brigata Leone.
– Di’, Neno, peggio della fattucchiera degli starnuti, eh?
– Peggio, sí. Chi le ha mai viste due mani sinistre? Ieri le aveva a quel modo?
– Io non l’ho visto.
– C’è da giurarsi che non le avesse.
– Aspetta solo che lo dica agli altri!
Neno mi prende per un braccio e cominciamo a camminare verso casa.
– Senti, Guido, questa cosa del signor Pomante non bisogna che la diciamo a nessuno. Intesi?
– A nessuno?
Lui fa un gesto eloquente con la mano.
– A nessuno, dice.
– Neanche ai ragazzi, a scuola, a mia sorella?
– È troppo rischioso.
– Rischioso, Neno? Perché dici rischioso?
– Vedi, io ho qualche idea in testa.
Si volta come insospettito, guardandosi le spalle. Poi continua:
– Qualche idea sul numero trentaquattro.
– Una trovata? Che ti sei inventato?
– Niente trovate, Guido. Io dico che al trentaquattro c’è qualcosa per davvero.
– La fattucchiera, dici?
– Forse. Forse qualcos’altro.
– Pomante?
– Forse anche lui, sí. Ma non ne sono certo.
– E perché non dirlo a tutti?
– Perché io dico che a dirlo poi quelli del trentaquattro lo vengono a sapere. E fanno che non si scopre niente.
– E come si fa?
– Ora niente, dice Neno roteando gli occhi. La vedremo fra qualche giorno.
Subito non capisco. Neno mi saluta e prende per il vialetto di casa sua, lasciandomi in mezzo alla strada. Solo allora, traversando il marciapiede, mi accorgo della Volvo nera del signor Pomante, che mi osservava immobile dal fondo della via.