Io e Neno si pensava che oggi fosse un giorno come un altro, da passar di fuori, forse al lungofiume a giocare ai pirati. Io ciavevo qualche euro da spendere in gelateria, Neno invece sta sempre al verde, ma avrei diviso con lui. Limone, mi dicevo, forse pistacchio. Cosí si pensava io e Neno, tali e quali a ieri, all’altroieri, al mese trascorso. Allora l’abbiamo visto, come per caso: il signor Pomante, del numero trentaquattro, uscire dal portoncino di casa con ai polsi due mani sinistre.-
Stavamo a menarci le cartelle dopo scuola estiva, con le maniche tirate fino ai gomiti e l’estate in testa. Si era trovata una scusa per restare fuori a spasso e si arrivava tardi a casa per il pranzo. Facevamo a chi stava sul ciglio del marciapiede senza toccare la strada, con la cartella appesa ad un braccio e il ginocchio diverso per aria. Allora lo vediamo. E ci sembra una gran trovata.
– Perbacco, fa Neno, due mani sinistre.
– Hai visto?
– Eh, non l’ho visto?
Io e Neno, da quando stiamo qui, il numero trantaquattro c’è sempre stato. È un palazzo fatto con coscienza, senza tante fantasie, con venti poggioli e quaranta finestra, e una terrazza per quando c’è il sole. Dire si dice tanto, ma nessuno bada davvero alle voci che ci sono in giro sul conto degli inquilini del trentaquattro. Quando le signore del diciassette o del diciotto vengono al poggioli col grembiale e l’innaffiatoio, fanno:
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ph ph ph
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e qualcuno s’è trovato il modo di non farle annoiare piú, con quelle storie. Almeno cosí credevamo.
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Io dico a Neno:
– Fagli ciao con la mano, vedi che fa lui.
– Faglielo te, faglielo.

– L’idea, l’ho avuta io, mica tu.
Allora Neno si tira la cartella sulla schiena e leva la mano in aria.
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Il signor Pomante camminava ciondoloni un po’ distratto, col suo baffetto corto e la tenuta da ufficio. Al nostro saluto si fa impacciato, guardando di qua e di là che non ci fosse nessun altro. Poi, come di fretta, alzò la mano destra per risposta. Neno ripete:
– Perbacco!
Era vero: la destra era proprio una sinistra. Non c’era da sbagliarsi.
– Hai visto? dico io.
– Eh, non l’ho visto? risponde Neno.
Quando il signor Pomante svolta dietro il numero trentotto, senza volgersi mai a me e a Neno, io, per non saper che dire, dico:
– Due mani sinistre, eh?
– Due due, proprio.
Dopo qualche minuto il signor Pomante spunta fuori dalla via col muso della sua Volvo nera. L’auto bofonchia qualche secondo e poi parte, uscendo da via Brigata Leone.
– Di’, Neno, peggio della fattucchiera degli starnuti, eh?
– Peggio, sí. Chi le ha mai viste due mani sinistre? Ieri le aveva a quel modo?
– Io non l’ho visto.
– C’è da giurarsi che non le avesse.
– Aspetta solo che lo dica agli altri!
Neno mi prende per un braccio e cominciamo a camminare verso casa.
– Senti, Guido, questa cosa del signor Pomante non bisogna che la diciamo a nessuno. Intesi?
– A nessuno?
Lui fa un gesto eloquente con la mano.
– A nessuno, dice.
– Neanche ai ragazzi, a scuola, a mia sorella?
– È troppo rischioso.
– Rischioso, Neno? Perché dici rischioso?
– Vedi, io ho qualche idea in testa.
Si volta come insospettito, guardandosi le spalle. Poi continua:
– Qualche idea sul numero trentaquattro.
– Una trovata? Che ti sei inventato?
– Niente trovate, Guido. Io dico che al trentaquattro c’è qualcosa per davvero.
– La fattucchiera, dici?
– Forse. Forse qualcos’altro.
– Pomante?
– Forse anche lui, sí. Ma non ne sono certo.
– E perché non dirlo a tutti?
– Perché io dico che a dirlo poi quelli del trentaquattro lo vengono a sapere. E fanno che non si scopre niente.
– E come si fa?
– Ora niente, dice Neno roteando gli occhi. La vedremo fra qualche giorno.
Subito non capisco. Neno mi saluta e prende per il vialetto di casa sua, lasciandomi in mezzo alla strada. Solo allora, traversando il marciapiede, mi accorgo della Volvo nera del signor Pomante, che mi osservava immobile dal fondo della via.